tc: soo much stupid things to say

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06/05/2007
 

ciao.

mi sono rotto le palle di questi templates di merda.

ci siamo trasferiti su http://technicolors.wordpress.com

ciao.
postato da astrodomini | maggio 06, 2007 22:53 | commenti


02/05/2007
 

internet love.

Una sottile linea unisce due band così distanti per origine quanto vicine per le sensazioni che riescono a trasmettermi. Gli uni da Richmond (Virginia) gli altri dalla nostrana Genova, un oceano in mezzo, un decennio esatto che divide le loro opere prime.
I nomi sono Labradford e Port-Royal, i primi alfieri di quello che viene definito post rock cosmico gli altri realtà magnifica ma fin troppo sotterranea della musica italiana. Una cosa può unirli, molte dividerli ma è questo averli scoperti quasi per caso nello stesso periodo che principalmente li accomuna ai miei occhi; certo entrambi si possono ricondurre a quel calderone informe chiamato post rock ma le convergenze sostanzialmente si fermano qui.

Perché i Labradford hanno riportato il sound dilatato di certe realtà dei settanta (Pink Floyd ma anche moltissimi gruppi cosmici tedeschi) alla modernità di un sound che stava prendendo piede nei primi novanta.
Atmosferici, eterei ma allo stesso tempo melodici e straordinariamente delicati il gruppo originario della Virginia propone un modo nuovo di approcciarsi a quel post rock che aveva visto nei rumorismi e nella distorsione i primi vagiti. Perché se gli Slint sono stati distruzione i Labradford sembrano ripartire dal passato per riedificare il presente sulle escusioni strumentali, le sonorità elettronica a venature industriali e un suono che fluttua delicato e sembra voler abbracciare le orecchie di chi ascolta in uno stato perenne di estasi, di benessere, quasi l’eterno fantasma della psichedelia che riaffiora flebile e lisergico.
Quello che trasmettono è un flusso di positività, di suoni che lasciano di stucco e sembrano dilatarsi all’infinito, stemperarsi nel buio e nella luce, nelle giornate di qualsiasi stagione, sottofondo per ogni pensiero.

Quasi un decennio dopo e in una terra per natura poco ricettiva (e rielaborativi) nei confronti del suono straniero ecco un'altra storia che si sta scrivendo, bellissima.
Scoperti quasi per caso in occasione del loro secondo disco i genovesi Port-Royal sembrano una di quelle cose tanto grandi quanto sfuggenti e misconosciute, perennemente ignorate e senza quella cosa in più che porta le band a essere amate dal (grande?) pubblico.
Eredi a loro volta del post rock e delle sperimentazioni in questo ambito i nostri sembrano portare il discorso su un livello nuovo, personale, finalmente nostrano e libero dai clichè che hanno sempre imperversato su certe cose indie nostrane.
Il suono è elettronico, sperimentale e riesce a unire istanze diverse che passano da una ricerca di oltrepassare i limiti a un lavoro su ritmi a tratti danzerecci che creano un sound senza eguali e assolutamente peculiare, magico. Due dischi usciti su Resonant: “Flares” (2003) e “Afraid To Dance” (2007), due piccoli gioielli che in Italia sembrano amare in pochi, peccato perché questi ragazzi ci stanno relegando piccole cose stupende.


23/04/2007
 

big fish.



Sono rari i film di questa bellezza come è raro averlo per caso e volerlo vedere in una calda domenica di Aprile mentre la città scorre placida in sottofondo. Ne avevo sentito parlare molto, forse dovevo anche andarlo a vedere al cinema ma poi per qualche motivo io e questo film di Tim Burton non ci siamo mai più incontrati fino ad oggi. Per fortuna la coincidenza del caso o semplicemente qualcosa che aleggia sopra di noi inconsapevolmente ha fatto si che mi avvicinassi a questa pellicola.
La storia è molto semplice quanto magica e fiabesca; il rapporto di un figlio con il proprio padre abituato a raccontare la propria vita intrisa di racconti surreali pieni di personaggi fuori dal normale sempre in bilico fra invenzione e fantasia che finisce per creare una barriera quasi insormontabile fra il bisogno di verità del figlio e la straordinarietà del padre. Quando i due si ritroveranno per gli ultimi istanti assieme, un intera vità scorrera dal padre al figlio in una dolcissima ricerca delle radici e del filo di un rapporto che sembra perduto.
Le sensazioni sono quelle di una storia totalizzante e che scava a fondo nei sentimenti in maniera tanto delicata quanto magica raccontando una storia che assume i toni di un epopea positiva, dolce. Questo raccontare la vita attraverso storie, questo modo di descrivere il mondo esagerandolo ma rendendolo in un certo senso più bello e luminoso, lo scontrarsi di un bisogno feroce di realtà con il mondo sognante di un padre abituato ad essere sopra le righe, a vivere avventure stupende in positivo, ad amare.
Una fiaba moderna che infonde speranza, che scontra materialismo e frenesia contro la bellezza e il gusto di vivere e di raccontare, un fiaba intrisa d'amore, amore per la donna che il padre ha sempre amato ma anche delle dolcezza della nuora che ascolta amorevole i racconti del vecchio morente.
Una fiaba, una storia sulla vita che mi ha fatto piangere. Bellissimo.

postato da astrodomini | aprile 23, 2007 01:18 | commenti (2)


15/04/2007
 

more more more.



Motown. Detroit. Soul. Tre parole che dovrebbero già portare in un atmosfera senza tempo, in un mondo senza tempo, dentro musica senza tempo. Perchè il soul resterà per sempre una cosa sospesa, uno slancio verso il futuro e verso un mondo che forse non si è mai avverato, un mondo con più amore.
Etichetta principe di quel suono (insieme alla Stax) la Motown fu la casa di molti artisti neri e fu il trampolino attraverso il quale il soul iniziò a contaminare il mondo, a diffondere il verbo e il sentimento, il cuore di un america nera che traeva origine nella musica sacra, in quel gospel che è per noi europei il simbolo stesso della religiosità afroamericana.

Ogni musica ha i suoi re e le sue regine, spesso personaggi strani o estremamente professionali, tante volte in crisi o in preda a mostri portatori di distruzione. Marvin Gaye fu uno di questi, simbolo della Motown in lotta con essa, uomo che si autodistrusse e finì la sua vita su questa terra ucciso dal suo stesso padre dopo anni in preda alla droga e alle paure.
Come in una tragedia anche la vita di Tammi Terrell non fu fortunata, morì molto presto per un tumore forse dopo aver subito numerose violenze dal fidanzato.

Siamo come appesi a un filo e quello che ci rimane di due fili spezzati troppo presto sono i duetti che li portarono al successo negli anni sessanta, duetti raccolti in una recente raccolta uscita su Motown nel 2001. Duetti che da soli misurano il rimpianto per due perdite così importanti, per una stagione ormai persa nel tempo.
Musica. Anima. Amore. Soul e già ci sarebbe molto poco da dire, molto poco. Perchè in queste testimonianze sono raccolte alcune delle canzoni più belle di sempre, un amore immediato, bambineso, adolescenziale, immaginario, diretto. Con quella musica sottile, orchestrata, magica che era il Soul a metà fra il Rythm & Blues e la sacralità del Gospel, quella ricerca eterna dei sentimenti e della comprensione reciproca, dell'eros, dell'intesa, dell'anima.
Un disco da ascoltare tutto di un fiato, distesi sul letto o ballando, abbracciati con la propria donna o il proprio uomo, guardando il sole fuori o la pioggia, un disco che parla, che arriva a fondo, un disco d'amore.

Marvin Gaye & Tammi Terrell - The Complete Duets (2001, 2xCD Motown)


06/04/2007
 

your voice so smooth and sweet.



Io non mi ricordavo di quanto In The Aeroplane Over The Sea fosse un disco così straordinariamente bello. Certo è un disco che amo in maniera incondizionata dalla prima volta, è una scena quella che gravitò intorno alle Elephant6 che (mi) ha dato tantissimo però veramente non mi ricordavo di quanto queste undici canzoni fossero così perfette, magiche.
Ci sono quelle esperienze che hanno qualcosa di unico, che volano come una stella cadente nel panorama musicale, che lasciano il segno, un segno profondo, quella dei Neutral Milk Hotel (e di tutti gli artisti di quella immagnifica scena) è una di queste, lucciante, splendida, sporca e a bassa fedeltà quanto terribilmente emozionante.
Sarà che è tarda notte e sto riascoltando il disco da punti alterni, sto divorando tutte le canzoni come non mi capitava da tempo e mi sto innamorando di nuovo, lentamente di qualcosa di così bello che quasi ne dimenticavo la semplicità, quella bassa fedeltà che ha creato uno dei capolavori degli ultimi vent'anni, uno dei dischi che non è un capolavoro musicale ma ha quella spontaneità che arriva dritto dove volete voi.

Sembra un sogno quello creato in questo disco, un sogno lontano, armonioso e a tratti impetuoso, un qualcosa che non si può contenere, un flusso continuo molto simile alla vita, non si ferma e brilla di melodie perfette a tratti malinconiche, a tratti gioiose, a tratti così spontanee che la sola reazione è sperare che il sole arrivi al più presto. Mentre si intravede Bob Dylan qui e là è difficile catalogare il disco se non nei sospesi binari di un rock immediato e sporco, classicamente americano ma allo stesso tempo ispirato come poche cose negli anni novanta, una specie di alchimia perfetta di quelle che non si ripetono più (e infatti Jeff Magnum si è perso).
Qualcosa di semplicemente unico e non serve soffermarsi su tutte le canzoni perchè sono una più bella dell'altra e si susseguono con una soluzione di continuità che apre ogni barriera e lascia che la musica penetri senza niente ad arginarla, un disco di cui innamorarsi in maniera facile e che non lascia scampo, lui si fa amare come una ragazza dalla bellezza acqua e sapone, facilmente.
Il prossimo anno saranno già dieci anni e nulla sembra essere cambiato come non è cambiato nulla dal mio primo ascolto, tranne che questa notte questo disco è ancora più bello.

(dovevo fare i complimenti a Jeremy Barnes)


29/03/2007
 

from here we go sublime.



Erano anni che in Europa aspettavamo un disco così, erano anni che aspettavamo Axel Willner.
Esce sulla benemerita Kompakt uno dei dischi più lucenti nel panorama elettronico internazione dall'inizio degli anni duemila ad oggi, un piccolo gioiello che sono sicuro passerà ai più inosservato.
Se la Techno era il suono dei motori in decadenza, delle macchine che vanno avanti senza senso apparente, del clangore della catena di montaggio, della paura e dello scoramento con The Field (questo il moniker usato da Willner) si cambia decisamente sponda arrivando a lambire spiagge dorate, tramonti estivi e scenari che con il suono nato a Detroit hanno sempre avuto molto poco da spartire. Se con Underground Resistance abbiamo conosciuto il terrore delle periferie, l'essere inermi davanti alla violenza e i soprusi questo disco è una sorta di visione positiva, di richiamo dandy, di essere multicolore e multiforma che guarda alla felicità.
Un Europa in fermento che per anni ha inseguito il minimalismo e la contaminazione e che nel disco di Axel Willner sembra finalmente trovare forma compiuta ritornando al canovaccio tradizionale del suono rindondante e chiuso che viene arricchito dai richiami più disparati viaggiando fra i minimalismi di scuola canadese fino al lisergismo psichedelico di sintetizzatori a metà fra il Kraut e certe sonorità anni novanta che riportano al suono balearico passando per suoni raffinati che ricordano vagamente le cose di Tamborello a nome DNTEL e tutto il filone indietronico.
Cavalcate che salgono con classe, che levigano gli ambienti e sanno di lounge bar, di sorrisi ma anche di dancefloor a fine serata quando gli animi sembrano calmarsi e il sole spuntare repentino nelle nottate estive. Una mattinata in spiaggia dopo le danze, un ultimo ballo alle sette del mattino, i sorrisi e il vento del mare, il ritmo delle onde. Questa è la storia che racconta il signor Willner.

The Field - From Here We Go Sublime (2007, Kompakt)


27/03/2007
 

a tree full of concerts.



A Hawk And A Hacksaw @ Sede ASU (Padova)

Non si sa bene per quale disguido la sede viene repentinamente spostata dalla Chiesetta Delle Zitelle alla minuscola sede ASU in Via Santa Sofia così da permetterci un piacevol tete a tete con il duo americano che avevo già avuto modo di lodare in qualche post passato. Concerto non lunghissimo ma di grande impatto: Barnes si presenta come un polistrumentista che passa dalla fisarmonica a una bizzarra batteria che suona nelle maniere più particolari e divertenti (ha una bacchetta legata con lo scotch alla gamba e una appesa al suo caratteristico cappello a sonagli) mentre la sua splendida compagna abbaglia con il suo violino. Piacevoli già su disco il duo si trasforma dal vivo in una macchina veloce e coinvolgente che spinge a tutta sull'acceleratore dei balcanismi e della ritmica senza dare un attimo di tregua se non per due o tre pezzi più rilassati e in linea con le produzioni di studio che riportano alle delicate atmosfere che mi hanno fatto amare il progetto del batterista dei Neutral Milk Hotel. Bravi, davvero.



Pan Sonic @ Sala MPX (Padova)

Un pò controvoglia, un pò sperando di non trovare i biglietti ho comunque assistito al concerto del duo finlandese che qualche tempo fa aveva fatto gridare al miracolo con il quadruplo Kesto.
Serata piuttosto gremita (almeno in platea) e finnici che si presentano coadiuvati da effetti visivi proiettati su uno schermo. Snocciolano per poco più di un oretta minimalismi techno, glitch e rumori che piacciono fino a un certo punto raggiungendo nei sessanta minuti il limite massimo di sopportazione, sarà che a me piace la cassa dritta e sti rumorini da frullatore non sono più il mio forte ma raggiungiamo a malapena la sufficenza.



Air @ Alcatraz (Milano)

Arriviamo dunque al pezzo forte di questo trittico di concerti a cui ho assistito nelle ultime settimane, il concerto atteso dalla prima volta che ho messo le mani su quella cosa immensa che si chiama Moon Safari. Jean Benoit e Nicolas sono due cazzoni che sanno benissimo di rasentare la genialità e di aver creato uno stile e dei dischi inconfondibili, sanno benissimo di aver fatto innamorare schiere di gente con le loro delicate melodie e le loro splendide canzoni, sanno benissimo tutto e non lo nascondono. Quindi la presenza scenica è limitata e rilassata: Nicolas frontman orientato verso li strumenti a corda e Jean Benoit dedito a tastiere e sintetizzatori, i due comunque sembrano divertirsi e il pubblico dimostra di essere ancora follemente innamorato.
Sembra che si siano accorti che il nuovo Pocket Symphony non è proprio un capolavoro perchè la scaletta spazia sapientemente fra tutta la produzione del duo soffermandosi molto su i pezzi che li hanno lanciati nel lontano 1997, la riuscita è fedelissima ai dischi e non si concede troppe divagazioni (tranne qualche arrangiamento a rendere i brani più snelli) ma in fondo è questo che vogliamo, goderci dal vivo quella musica che ci ha rapito ormai per sempre, senza più e senza meno, delicatamente. Si passa da Venus a Don't Be Light passando per New Star In The Sky fino alla splendida Playground Love e alle sempre immense Sexy Boy e Kelly Watch The Stars in un concerto di un oretta e mezza e che mi lascia felice perchè finalmente ci sono riuscito. Tanti ricordi si sono materializzati e la voglia di fare delle cose era tanta, è stato splendido anche se molti si lamenteranno della durata limitata, è stato splendido perchè la loro musica lo è, la sua delicatezza, la melodia, i sorrisi e quel 10,000Hz Legend preso in un paesotto di montagna veneto ormai tre anni orsono, bellissimo.

 



19/03/2007
 

hanne.



Potrei iniziare con mille parole ma prendo in prestito quelle, bellissime, di Antonio Ciarletta:

"Avete presente l'espressione di un bambino che schiude un carillon e si sofferma sullo scorrere melodioso delle note emesse dalla preziosa scatola magica? Sì, quell'espressione tenera tra il curioso, il compiaciuto e l'esterrefatto? Ebbene, ascoltare Hanne Hukkelberg può farvi saltare indietro ai tempi dell'infanzia, dove ogni suono insolito è un nuovo sguardo sul mondo."

certe parole e certe così sono così perfette che vanno rubate, per un istante, tanto da renderle visibili.
Certe musiche sono così piccole e delicate che sarebbe un peccato farsele sfuggire, sarebbe un peccato non riuscire a riassaporare i colori dell'infanzia anche solo per un istante, i minuti di un disco, gli istanti in cui Hanne Hukkelberg sussurra la gioia, intensa e movimentata dolcemente come non mai.
Dopo la puntata sui Royksopp si tratta di un nuovo ritorno verso le lande fredde della Norvegia dove sembra che certi artisti sopperiscano al freddo con un caldo interiore, sia esso quello dei groove elettronici o quello delicato di una ragazza dallo sguardo semplice e ingenuo come Hanne.

Quello che si sente fra le note e le parole è un senso continuo di delicatezza, un saltellare sorridendo da nota a nota fra atmosfere patinate e altre più intime intrise di quel senso cinematografico che in certi passaggi ricorda uno come Burt Bacharach. Hanne Hukkelberg fonde grande respiro scenico con musica molto intima e particolare a tinte pop e con quel senso di Jazz che pulsa lontano ma costante come ad avvolgere la musica in un lenzuolo caldo, isolato, lieve. Un incrocio di suoni e parole dal gusto retrò, cose piccole da un cinema anni cinquanta, vestiti a tinte pastello, sorrisi semplici e sguardi fugaci. Un carillon d'altri tempi ai tempi nostri, con i cavalli che girano in tondo e la tenda biancorossa.

Little Things (2005, Leaf)
Rykestrasse 68 (2006, Propeller Recordings)

postato da astrodomini | marzo 19, 2007 20:05 | commenti


13/03/2007
 

the world of james murphy.



Poteva un blog che si occupa praticamente solo di musica non parlare di uno dei personaggi più in vista degli ultimi anni. Penso proprio di no. Attenersi alla moda è un imperativo morale.

Parlare di uno come James Murphy non è semplicissimo, produttore eccellente con la sua etichetta DFA e autore in uno dei gruppi che godono maggiormente di hype orma da due anni a questa parte: gli LCD Soundystem. Se si può dire una cosa è che Murphy non passa inosservato, fra la stazza e la genialità il newyorchese si è conquistato un ruolo di punta nella scena indie (mi raccomando in questo caso prendete la catalogazione molto ma molto alla larga) americana e soprattutto internazionale.

Definire un etichetta come la DFA è difficile quanto estremamente limitativo, al suo interno possiamo trovare di tutto e di più, un mondo che vive di colori al neon e si nutre di groove, roba per palati fini, roba moderna, paurosamente da urlo, stravagante, deliziosa. Mettere i paletti è dura ma se proprio lo dobbiamo fare andiamo da le più diverse influenze black fino ai visionari più visionari della Techno passando per decenni di storia e musica che gli artisti della scuderia di Murphy masticano e fagocitano in maniera incredibilmente al passo con i tempi passando da avanguardie rumoristiche e sperimentali alle divagazioni elettroniche che riprendono la grande scuola tedesca.
Selezionare qualcosa dalla discografia è dura ma la genialità della banda DFA ci viene in aiuto anche qui con due splendide compilation uscite fra il 2003 e il 2005 che ci ripropongo insieme i cavalli di battaglia della label fra indie urlato, rumori, funk, punk digitale, elettronica, grooves, spaziotemporale e tanto ma tanto divertimento con classe a fiumi. Se volete il consiglio non posso che dire di ascoltarvi assolutamente (e dico ASSOLUTAMENTE) quei due geni di Delia Gonzalez & Gavin Russom che suonano un pò come Manuel Gottsching negli anni duemila con tanta ma tanta musica in più sulle spalle, oltre lo spazio, oltre tutto, amateli.
La DFA è un unione di idee, di suoni, di personaggi, di rumore, di musica, di digitalismi elettronici, di suoni tanto diversi da risultare perfettamente omogenei.

Ma se esiste un James Murphy prodigioso produttore ne esiste uno decisamente meno interessante e capace, quello che siede dietro la musica degli LCD Soundsystem. Da un nome così uno si aspetterebbe quantomeno il deliro e invece si rimane un pochetto (se si sta dietro alle aspettative tanto) delusi. La cosa che sorprende è che in un disco diviso in due CD come il primo omonimo poteva essere un semplice EP da cinque brani e invece i tre pezzi stratosferici che contiene sono sparsi in un mare di brani bolsi e piatti che ci regalano davvero poco, buoni per ballare in spensieratezza ma con poche, pochissime pretese. Stessa cosa dicasi per il nuovo Sound Of Silver che risulta un disco deludente, piatto, lontano anni luce dalle intuizioni della DFA, noioso, palloso e chi più ne ha più ne metta (calco un pò la mano, sono stronzo). Due facce della stessa medaglia, la genialità non è in discussione, magari se invece di perdere in tempo in stronzate si dedicasse anima e corpo alla sua creaturina perfetta Murphy sarebbe davvero un alternativa a Gesù.






11/03/2007
 

incastrare beat.



Un uomo una garanzia. Da Barcellona con furore. Scott Herren ai più conosciuto come Prefuse 73.
Chi pensa al mondo dell'Hip-Hop come a qualcosa di chiuso e terribilmente limitato non ha fatto i conti con una delle menti più eclettiche apparse sulla scena negli anni. Prendere come terreno di riferimento il suono Anticon mi sembra riduttivo ma è quello il binario in cui il nostro si muove, strumentali bastarde, sperimentali qua e là impreziosite da qualche vocale, roba che vede nel DJ Shadow più ispirato la strada maestra.
Herren però non è tipo da strade maestre perchè lui se ne crea di nuove e sempre più a fondo nella materia menefregodituttoetutti e allora nei suoi meandri capita che ci trovi elettronica, ambient, soul e certe cose dalla forte attitudine pop che fanno della musica di Scott qualcosa che va al di là dei limiti e si mescola con il mondo per ritornare in una forma coloratissima. Lui è uno che incastra suoni sporchi con violini e campioni che ci ricordano da molto vicino il signor Four Tet, butta lì tutto il possibile e ricama tele perfette che fondono il mondo in una musica perfettamente coesa nel suo incastro informe.



Nick Zammuto e Paul De Jong sono due nerd di New York. Due nerd che amano in maniera indegna il campionamento e la ricerca di suoni, siano questi proveniente da dischi o da registrazioni ambientali, cinematrografiche, casuali, aritmetiche. Unire due nerd e uno smodato desiderio di ricercare suoni significa avere davanti uno dei gruppi elettronici/sperimentali più interessanti degli anni due mila: The Books.
La via è quella della musica elettronica più sperimentale, il mezzo è la continua ricerca di parti da incastrare in un mosaico che appare unico. Difficile trovare direttive se non la mente geniale di Nick e Paul, difficile inserirli in qualcosa se non nella loro abilità a fondere i suoni di una porta con un parlato in italiano (lingua che sembrano amare particolarmente) e trasformare il tutto in qualcosa di perfetto.
Un lavoro certosino che li vede mettere mano ogni volta a librerie di suoni accuratamente campionati e incastrare tassello dopo tassello fino a creare mosaici sonori di una perfezione commovente. Geniali. Profetici.

..poi un giorno le menti si unirono..



Prefuse 73 reads The Books EP

(2005, Warp)

e sono cazzi vosti.